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martedì 12 febbraio 2013

Lingue date per morte da studiare


Chi dice che il latino è una lingua morta e che nell'era tecnologica in cui viviamo è una materia che non offre certo sbocchi professionali? L'evento mediatico di ieri seguito da tutto il mondo quasi in diretta, non ci sarebbe stato se Giovanna Chirri, da 20 anni cronista per l'ANSA in Vaticano, non fosse stata promossa ai suoi tempi con un bel 9 in latino dal liceo classico Ennio Quirino Visconti di Roma.
La giornalista, unica tra i cronisti ieri presenti in Vaticano a padroneggiare la lingua di Cicerone (anche molti cardinali non hanno capito subito le parole del Papa) dalla sala stampa ha ascoltato e tradotto all'impronta l'annuncio di Benedetto XVI e per prima al mondo ha dato la notizia delle dimissioni del Pontefice. Così la Chirri ha dettato alla sua agenzia il flash delle 11.46 che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo ed è stato rilanciato, prima della conferma ufficiale del Vaticano, dall'agenzia Reuters, poi dalla Cnn e a seguire da al Arabiya, France Presse e dai britannici Telegraph e Bbc e Sky News.
"Certo, fare il giornalista vaticanista senza sapere nulla del latino proprio non va.." ha commentato la giornalista autrice del clamoroso scoop. Insomma, per i giovani che vogliono fare questa professione un consiglio da seguire è: studiate bene le lingue, a cominciare da quelle date per morte.  

giovedì 7 febbraio 2013

ItaliaOnline, numero uno del web

Segnalo agli interessati questa notizia diffusa dall'agenzia Tmnews che annuncia la nascita di un nuovo protagonista della rete internet italiana che si ispira al brand dello storico portale  ItaliaOnline.

Milano, 07/02/2013. Libero e Matrix, due marchi che hanno segnato con diversi sviluppi la realtà digitale italiana, hanno annunciato oggi la nascita di ItaliaOnline. La nuova sigla è il frutto del processo di integrazione iniziato il primo novembre 2011 quando Libero Srl - a cui fanno capo l’omonimo portale e la società di servizi It.Net - aveva acquisito per 88 milioni di euro Matrix, la società che controlla Virgilio, le concessionarie Niumidia Adv e Iopubblicità e il servizio 12.54.
La nuova realtà - che fa capo direttamente al fondo di diritto lussemburghese della famiglia Sawiris - si presenta con un logo ispirato al brand storico del primo internet provider italiano, ma non si tratta di un ritorno bensì di un nuovo marchio e la url per accedere alla pagina web è infatti www.italiaonline.it, che non ha nulla a che vedere con lo storico “iol” del 1994.
Advertising nazionale, advertising locale e servizi internet alle imprese sono le tre aree di business su cui si concentra la strategia del nuovo gruppo. Nell’ambito dell’integrazione fra Libero e Matrix è stata data vita anche alla nuova realtà “ItaliaOnline Adv” che nasce dall’unione delle due concessionarie di Libero e Matrix.
Secondo i dati dichiarati da Antonio Converti, presidente e ad di ItaliaOnline, i due portali, Libero e Virgilio, che resteranno separati ma svilupperanno strategie aggressive e coerenti con la rispettiva posizionamento di mercato, rappresentano oltre il 60% di market reach del mercato italiano, corrispondente a circa 20 milioni di visitatori unici mensili (dato Nielsen dicembre 2012) e 14 milioni di email account attivi.
L’obiettivo di ItaliaOnline per il 2013 è di raccogliere circa 15 milioni di euro sull’area dei servizi alle imprese, 15 milioni di euro sull’advertising locale, cifre che andranno ad aggiungersi ai circa 100 milioni di euro raccolti con l’advertising dei due portali. I due portali saranno la piattaforma di promozione per nuove iniziative editoriali e di ecommerce verticali, autonome e specializzate, sviluppate anche in partnership con altre realtà. La prima di queste iniziative editoriali è DiLei, magazine dedicato alle donne che mette a frutto l’esperienza editoriale di Matrix. (Tmnews)

domenica 3 febbraio 2013

Città 2000 cambia direttore. Basterà?

Città 2000: compleanno 2010

Oltre a Il Giorno, anche un altro storico giornale locale ha cambiato in questi giorni il suo direttore. La testata di cui parlo è Città 2000, mensile cattolico padernese, che nel suo numero di gennaio ha annunciato l'arrivo in redazione di un nuovo direttore a me sconosciuto, Paolo Meneghelli, in sostituzione del dimissionario Alberto Manzoni, che invece conosco bene.
Fondato 13 anni fa, nell'aprile del 2000, dalle ceneri del settimanale diocesiano "Città Nostra", il periodico appare oggi piuttosto mal messo. Un mensile di 8 pagine, stampato in piccolo formato su un supporto che assomiglia alla carta velina, anche nella forma fisica appare inadeguato all'ambizioso compito che si pone.
In occasione del suo decimo compleanno il gestore del blog La Scommessa si era augurato che il giornaletto padernese decidesse di: aggiungere all'edizione cartacea una "finestra online" che permetta di intervenire in tempo reale nel dibattito cittadino con brevi notizie di cronaca, commenti, aggiornamenti... Il giornale cartaceo naturalmente resterebbe il riferimento principale, specializzandosi negli "approfondimenti".
Secondo Giuranna il periodico avrebbe dovuto: favorire maggiormente il dibattito interno alla comunità cattolica offrendo spunti di riflessione diversificati che mostrino che anche a Paderno Dugnano i cattolici non sono un blocco monolitico... in questo senso Città 2000 potrebbe essere nella comunità ecclesiale padernese uno strumento a servizio del pluralismo e dell'unità. Potenziare il dialogo chiesa-mondo: far risuonare di più la vita del mondo nelle comunità cristiane e far vedere a chi non è cattolico che le parrocchie, gli oratori, i gruppi e i movimenti cattolici sono attenti alla vita della città e alla costruzione del bene comune.

Il Giorno, per le elezioni, si affida a Mazzuccone


Il Giorno ha cambiato direttore. Proprio all'inizio di una campagna elettorale nella quale Berlusconi si gioca tutto, perché questa volta o vince in Lombardia o scompare, l'editore Monti, schierato da sempre al suo fianco, ha deciso di scaricare Ugo Cennamo. Al giovane direttore nominato solo un anno fa, che avrebbe dovuto rinnovare la storica testata molto diffusa nell'hinterland milanese,  ha preferito uno stagionato giornalista di destra giudicato più affidabile: il deputato del PdL, Giancarlo Mazzuca.
Mazzuccone, come lo chiamavano nel giro dei giornalisti economici, quando l'ho conosciuto a metà degli anni '80, è un professionista navigato, un vecchio e sperimentato cavallo da battaglia romagnolo, classe 1948. E' stato inviato speciale del Corriere della Sera, e quindi vicedirettore de La Voce (1994-95) e di Fortune Italia. Passato al Gruppo Monti, dopo il fallimento del mensile economico di Mondadori, è stato a capo della redazione economica del Quotidiano Nazionale. Nel febbraio 2002 viene nominato direttore editoriale del Gruppo, assumendo al contempo la carica di direttore responsabile del Resto del Carlino. Tra il 30 aprile ed il 25 settembre 2003 ricoprì anche la carica di direttore del Giorno.
Molto critico con Berlusconi nel 1994, in linea con le posizioni di Montanelli che seguì a La Voce, alle elezioni politiche del 13-14 aprile 2008 con un incomprensibile voltafaccia si candidò con il PDL e venne eletto alla Camera nella circoscrizione XI dell'Emilia-Romagna. Membro della commissione Cultura della Camera dei Deputati, non ha mai sospeso l'attività giornalistica, rimanendo editorialista del Quotidiano Nazionale.
"Oggi è un nuovo giorno. Certamente lo è per me, che, dopo cinque anni tra agguati parlamentari e gelosie di partito, torno a casa, nel mio vecchio gruppo.. Posso nuovamente scrivere in piena libertà, con l’amarezza di essere riuscito a combinare ben poco in Parlamento (è il caso della legge di riforma dell’Ordine dei giornalisti: spero che qualcun altro abbia maggior fortuna nella prossima legislatura)", scrive nel suo editoriale di insediamento.

giovedì 24 gennaio 2013

Il Fatto, un nuovo modello di giornale in bilico tra carta e web

Segnalo agli interessati questo stralcio di un articolo di Marco Valle apparso su www.lettera43.it 22/1/2013 che analizza le difficoltà de Il Fatto Quotidiano che rappresenta bene il tentativo di far vivere in Italia un nuovo modello di giornale basato in prevalenza sul sostegno dei lettori. L'edicola e la pubblicità sono ancora la fonte principale dei guadagni, ma la frontiera è la vendita di contenuti sul web.


Il Fatto Quotidiano, unico vero successo dell'editoria cartacea degli ultimi anni è anch'esso alla ricerca di un difficile equilibrio economico per affrontare il 2013.
Il cambio della guardia alla direzione del giornale tra Peter Gomez e Antonio Padellaro è solo una questione di tempo: qualche settimana per lasciar passare le elezioni politiche e mettere a posto gli equilibri di vertice interni. L'edizione cartacea e quella online dovranno collaborare sempre più strettamente e la ragione sta nei numeri.
Secondo quanto risulta a Lettera43.it, nel novembre 2012 Il Fatto in edicola ha venduto una media di 49 mila copie giornaliere: un risultato positivo, ma in calo del 30,9% rispetto alle 71 mila registrate mediamente nel 2011. Preoccupa anche il dato sugli abbonamenti, scesi nello stesso periodo a 1.884, contro i 4.242 dell’anno prima (-55,5%). La raccolta pubblicitaria a cura di Publishare, secondo le stime, è stata di circa 1,6 milioni di euro a fine 2012.
La carta, tra edicola e pubblicità, secondo quanto ha dichiarato Gomez nel suo editoriale di fine anno - e secondo quanto ha ribadito l'amministratore nel suo annuncio pro “abbonamento responsabile” - è al momento il sostegno economico più importante per tutto, anche per l'online, ma lo spreco di carta (per vendere 49mila copie il giornale ne deve stampare più del doppio) e un sistema distributivo che non permette di fare invii mirati, fanno sì che l'azienda non guadagni più come una volta.
L'utile stimato per il 2012, infatti, è di circa 4 milioni di euro. Sempre di tutto rispetto, ma in calo rispetto ai 4,5 milioni del 2011 e ai 5,8 milioni del 2010. Da qui l'idea di un abbonamento direttamente in edicola, per abbassare le rese, e quindi gli sprechi, e recuperare redditività prima di passare gradualmente all'online. Un percorso oneroso. Il sito del quotidiano, infatti, costa circa 2,5 milioni di euro all'anno e ha prodotto ricavi pubblicitari lordi per 800 mila euro nel primo semestre 2012 secondo i numeri forniti da MyAds Advertising, la concessionaria che curava la raccolta. Pare quindi inevitabile la strada di mettere a pagamento parte dei contenuti.  

giovedì 20 dicembre 2012

Giornalisti a quota 112.000, ma più della metà scompare e non lavora

Segnalo ai lettori interessati al tema dell'evoluzione del giornalismo in Italia questo commento di Vittorio Roidi (www.giornalismoedemocrazia.it) dove si analizza la condizione di una categoria che si conferma incapace di affrontare la nuova realtà del mercato dell'informazione. Il problema non riguarda solo i giornalisti, ma tutto il sistema stampa, in primis il modello di impresa e di business dei giornali che appaiono ormai obsoleti: perdita inarrestabile di lettori, costi crescenti, crollo della pubblicità, perdita di identità e ruolo del giornalista, precariato e qualità in calo dei prodotti.


Giornalisti: la categoria è sempre più affollata, ma sempre più debole. L’aumento degli iscritti (112.000) non accresce né l’autorevolezza né la credibilità dell’organizzazioni. Il sindacato non riesce ad evitare lo sfruttamento da parte di alcuni editori, l’Inpgi deve far fronte a crisi sempre più gravi. L’Ordine, con la perdita del potere disciplinare, vede calare la sua autorevolezza e credibilità.
Gli enti che, con diverso ruolo, rappresentano coloro che svolgono compiti giornalistici, stanno ragionando sugli ultimi dati, quelli illustrati nei giorni scorsi dall’Lsdi, l’osservatorio diretto da Pino Rea. Il quadro mette in evidenza che la crescita del numero dei giornalisti non genera forza, ma anzi indebolisce il settore. Colpa della crisi economica? Solo in parte, perché alcuni fenomeni non dipendono dalle difficoltà del mercato e delle aziende, ma dalla struttura stessa della categoria, dalle modalità di accesso e dall’utilizzazione dei giornalisti da parte delle aziende.
Le cifre più significative: dei 112.000 giornalisti (professionisti e pubblicisti) solo il 45% risultano attivi. Gli altri sono fantasmi, non lavorano o non si sa cosa facciano. Siamo il triplo dei francesi, il doppio dei britannici e degli americani. E mentre dovunque il numero cala, da noi continua a crescere. Fra il 1975 e il 2011 l'aumento è stato del 300 per cento
Nell’ultimo anno gli iscritti all’Ordine sono aumentati di 2084 unità, in gran parte pubblicisti. Sul totale solo 1 giornalista ogni 5 ha un contratto di lavoro dipendente. Sostengono gli esami ogni anno in media 1000-1300 candidati. Gli iscritti d’ufficio dagli Ordini regionali sono circa il 20-30%. All’ultima sessione gli idonei sono stati solo il 65 per cento.
Dal 2008 sono costantemente in calo i rapporti di lavoro (da 22.197 a 21.069) mentre i disoccupati si sono attestati sulle 1500 unità. Ma l’Inpgi segnala che è visibilmente aumentata l’area della solidarietà (sussidi, + 29%) e della cassa integrazione straordinaria (+144%).
Alla fine del 2011 i pensionati erano 6128 (5206 lavoratori dipendenti e 922 autonomi. Molto visibile anche il calo degli iscritti alla Federazione della stampa, passati dai 23.466 nel 2000 ai 22.703 del 2011. Il calo è evidente soprattutto fra i collaboratori, meno 14%, piuttosto che fra i professionisti (meno 1222).
C’è insomma materia abbondante su cui riflettere.

martedì 11 dicembre 2012

Informazione: web o carta quel che conta è la professionalità

Ricevo da Oscar Figus e segnalo ai lettori questo interessante commento sul tema del giornalismo e del modo di fare informazione nell'era di internet e dei social network. 
Oscar ci conferma che oggi, a fronte di qualsiasi articolo scritto su un giornale, un lettore grazie al web, a Google e Wikipedia e altri mezzi gratuiti di informazione, può approfondire e spiegare in modo anche radicalmente diverso "i fatti" esposti dal giornalista in modo parziale e tendenzioso (nel caso di una testata come il Fatto o Libero, per fare due esempi, ciò è abbastanza normale). Compito di un giornale non è affermare le tesi e le opinioni dei suoi redattori come verità rivelata o peggio raccontare ai lettori solo "i fatti" che vogliono sentirsi raccontare. Questo casomai può essere la mission di un blog, cioè del diario personale di un cittadino che lo alimenta con le sue opinioni, idiosincrasie, amori, illusioni e rancori. Al contrario un giornale deve presentare sempre e comunque tutti i fatti di cui è a conoscenza e solo dopo offrire al lettore una chiave di lettura, mettendolo però prima in condizione di giudicare. I giornalisti de il Fatto non usano Google e non consultano Wikipedia oppure pensano che loro compito sia spacciare ogni giorno la loro dose di parzialità e tesi precostituite?

Caro Carlo, come già si evince dal tuo articolo e dai commenti, il problema non è tanto la discriminante web/carta o gratuito/a pagamento, ma la professionalità di chi scrive.
Come per qualsiasi mestiere nella professione del giornalista ci sono regole e buone prassi che possono essere seguite oppure no.
Ti porto ad esempio questo articolo di un noto quotidiano (il Fatto) con ampia diffusione sul web che inizia così: "Ecco come la politica s’è mangiata la gallina dalle uova d’oro. L’asta deserta per la vendita liquida definitivamente le ambizioni di quello che doveva essere il “polo autostradale del Nord”. Eppure nel 2006 la società era un gioiello e macinava 37 milioni di utili. Sei anni dopo, ultima semestrale di cassa, ne dichiara sette. Con 700 dipendenti e 300 milioni di debiti"
Caspita da 37 a 7 milioni di utili, 700 dipendenti e 300 milioni di debiti in sei anni di gestione è un brutto risultato. E in questi sei anni si sono succedute amministrazioni di colore opposto. La tesi, avvalorata dalla foto in home page, è la solita contro la casta della politica rappresentata dai due partiti maggiori. L'articolo non spiega molto di più; aggiunge a sostegno 5 mila tessere autostradali gratuite, l'affaire Gavio e assunzioni in quota, più una serie di nomi di persone collegate a fatti al vaglio della magistratura (che potrebbe valutare diversamente quelle che per il momento sono le tesi del PM).
Ora, sia chiaro, io comunque non contesto qui la tesi (abbiamo una infinità di altri esempi di malapolitica) ma mi lascia perplesso la costruzione dell'articolo. Io immagino il giornalista come una persona che fa delle ricerche, raccoglie delle notizie e le organizza, poi presenta le informazioni e ne trae delle conclusioni o, viceversa, fa una affermazione e poi porta i dati a sostegno. Perché se non si fa così si alimenta una posizione senza informare i cittadini (che credevo fosse lo scopo del giornalismo).
In questo articolo invece la tesi è all'inizio ma poi non viene spiegata nel dettaglio, nonostante una parte del quale sia riscontrabile in rete usando google e avendo voglia di leggere (e immagino che i giornalisti abbiano anche altre fonti).

lunedì 10 dicembre 2012

Le notizie del Giorno...dopo


Fare un blog non è come fare un giornale. Farlo da solo poi è davvero un'altra cosa. Il giornale è un produttore collettivo di informazione che riceve notizie continue da diversi soggetti che utilizzano canali ormai tutti online: i take delle agenzie di stampa, i comunicati delle agenzie di RP, quelli degli uffici stampa di enti pubblici e privati, ma soprattutto i messaggi dei corrispondenti, degli stringer e degli informatori che anticipano titoli e propongono articoli e commenti.
In queste condizioni di enorme disparità di mezzi dare un "buco" al quotidiano locale è una piccola soddisfazione che mi voglio togliere in pubblico spiegando a tutti come e perché un piccolo blog personale può a volte rivelarsi più veloce, tempestivo e informato di un giornale vero. Leggere per credere la home page dell'edizione online de il Giorno di oggi che riporta la notizia dei 105 licenziamenti a Paderno Dugnano decisi da Darty la grande catena di prodotti di elettronica di consumo che ha sede presso il Centro Commerciale Brianza. Una notizia corredata da una grande foto, ma in compenso molto più scarna di quella che Padernoforum aveva già messo on line giovedì 6 dicembre, cioè quattro (4) giorni fa.
Cosa c'è dietro questo insostenibile divario tra i tempi di risposta del blog e quelli del quotidiano? C'è semplicemente la natura del mezzo, oltre che la tempestività del suo gestore (io) nel valutare l'importanza da dare alla notizia e nella decisione di pubblicarla subito. Il blog, infatti, a differenza di un quotidiano, è per definizione un mezzo social, cioè si nutre delle informazioni che vengono dal web, ma anche dalla rete di relazioni di chi lo fa.
In questo caso, la storia della pubblicazione si è svolta così: uno dei lettori di Padernofoum, informato via Facebook da una sua amica che lavora negli uffici amministrativi di Darty ed è tra i 105 lavoratori che rischiano seriamente la disoccupazione a seguito della cessione della catena a Trony, mi ha girato la notizia e io consultando la rete e facendo una piccola ricerca l'ho verificata e arricchita di informazioni relative all'operazione di dismissione. Probabilmente il quotidiano (che non legge il mio blog) non ne sapeva niente perché il sindacato aziendale di Darty non aveva diffuso un comunicato ufficiale al riguardo. Ma se non è più il quotidiano, di carta e su internet, a dare più velocemente e meglio le notizie di interesse locale alla comunità in cui opera, perché mai un lettore che le legge su internet dovrebbe continuare a comprarlo in edicola?

sabato 8 dicembre 2012

Censis: italiani meno teledipendenti, più digitali e senza stampa

Gli italiani sono meno teledipendenti, più digitali, ma senza stampa. E' quanto emerge dal 46° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2012.  I dati sull'andamento dei consumi mediatici degli italiani nel 2012 evidenziano come gli unici mezzi di comunicazione che riscuotono un successo crescente nel tempo e incrementano la loro utenza sono quelli che integrano le funzioni dei vecchi media nell'ambiente di Internet, come gli smartphone (telefono e web) e i tablet (schermo della tv, lettura di libri e giornali, pc, web).
La televisione continua ad avere un pubblico di telespettatori che coincide sostanzialmente con la totalità della popolazione (il 98,3%: +0,9% di utenza complessiva rispetto al 2011), con aggiustamenti che dipendono dalla progressiva sostituzione del segnale analogico con quello digitale, dal successo consolidato delle tv satellitari (+1,6%) - che concedono all'utente una maggiore autonomia operativa rispetto alla tv tradizionale -, dalla maggiore diffusione della web tv (+1,2%) e della mobile tv (+1,6%).
Come la televisione, anche la radio resta un mezzo a larghissima diffusione di massa (la ascolta l'83,9% della popolazione: +3,7% in un anno). Ma anche in questo caso si accresce l'importanza delle forme di radio che si determinano all'intersezione con l'ambiente di Internet: la radio ascoltata via web tramite il pc (+2,3%) e per mezzo dei telefoni cellulari (+1,4%), che stanno soppiantando un mezzo digitale di prima generazione come il lettore portatile di file mp3 (-1,7%).
Proprio i telefoni cellulari (utilizzati ormai da 8 italiani su 10) aumentano ancora la loro utenza complessiva (+2,3%), anche grazie agli smartphone (+10% in un solo anno), la cui diffusione è passata tra il 2009 e il 2012 dal 15% al 27,7% della popolazione e oggi si trovano tra le mani di più della metà dei giovani di 14-29 anni (54,8%). 

giovedì 6 dicembre 2012

I 21 caporedattori della Regione Sicilia e la libertà di stampa

I giornalisti italiani "professionisti" , quei pochi cioè che assunti a tempo indeterminato da testate, editori, aziende pubbliche e private o enti locali godono di un contratto giornalistico che garantisce loro buoni stipendi e tutele corporative, hanno un serio problema di credibilità.
Nel tempo, grazie a una concezione tutta istituzionale e dipendente della loro professione che di liberale non ha più nulla, sono diventati una casta e quando vengono toccati nei loro privilegi si ribellano e cercano di difendersi dietro l'usbergo della "libertà di stampa", tirata in ballo a sproposito per tentare di ammantare di etica comportamenti che molto etici non sono.
Il guaio per loro è che essendo una casta minore cooptata dal potere politico ed economico che vive in modo privilegiato alle spalle di migliaia di colleghi meno fortunati, produttori oggi della maggior parte dei contenuti dei giornali e che lavorano in condizioni di estrema precarietà, nessuno li prende più sul serio. E questo invece è un guaio che riguarda tutti perché è l'esercizio della libertà di stampa che ne esce malconcio.
Faccio un esempio tratto dalla cronaca di questi giorni. Il nuovo governatore siciliano, Rosario Crocetta, non appena eletto ha posto mano ai tagli delle enormi e ingiustificate spese dell'ente autonomo. Uno dei primi tagli che ha deciso d'autorità è stato quello dei 21 giornalisti assunti quasi tutti dall'ex presidente, Totò "vasa vasa" Cuffaro, con la qualifica di "caporedattore" che bivaccavano in folta e ben nutrita schiera nell'Ufficio Stampa regionale. ''Che deve farsene la Regione di tutti questi giornalisti? - ha detto Crocetta -. Basterebbero per stampare il Corriere della Sera''. E ha annunciato: ''D'ora in poi ne basteranno quattro, o cinque''.
Come dargli torto? I 21 giornalisti hanno la stessa qualifica, cioè sono tutti ufficiali senza truppa, e per la copertura degli oneri connessi alla loro elevata retribuzione (stipendio, previdenza, tasse, ecc) vengono appostati nel Bilancio regionale circa tre milioni di euro l'anno. 

mercoledì 14 novembre 2012

Primarie in tv: ritorna la politica del Paese "normale"


I critici e i massmediologi sono concordi. Da un punto di vista strettamente televisivo il confronto tra i cinque candidati alle Primarie del centrosinistra trasmesse da Sky Cielo, lunedì scorso "è stato noiosissimo". 
I duelli politici funzionano bene quando i contendenti sono due (Obama e Romney). Cinque duellanti in campo sono troppi per garantire colore al programma. I giornalisti soprattutto si sono detti delusi dal tono pacato e molto diverso dalle risse tipiche dei talk show "politici" con le quali rimbambiscono il popolo dei telespettatori da 20 anni a questa parte. Nei commenti i contendenti sono stati definiti in genere "grigi" e incolori per aver scelto di tenere i toni bassi, "fingendo tutti un grande rispetto per gli altri candidati" e deludendo così chi si attendeva uno spettacolo "divertente".
Insomma se lo stile della signora Puppato non è quello della Santanché o della Mussolini, le due comari sbraitanti della destra televisiva, i commentatori si annoiano. Gli tocca fare cose che non amano, cioè commentare le cose serie dette dai cinque candidati del centrosinistra, programmi, proposte politiche, scelte su temi fondamentali quali il fisco, la famiglia, l'equità sociale, i diritti civili, i giovani, le politiche del lavoro, le pensioni, il rilancio dell'economia, e si annoiano a morte. Senza contare che la maggior parte di loro non è in grado di commentare con un minimo di credibilità e puntualità queste cose.
Altri prendono spunto dal risultato positivo del confronto televisivo, colpevole ai loro occhi di aver riportato la politica sul terreno della serietà, per denigrare lo strumento delle Primarie che come tutte le manifestazioni di democrazia non piace ai reazionari e ai conservatori i quali istintivamente le respingono. Quello che non piace ai molti nemici della democrazia "normale", che da 20 anni cercano di imporci l'ideologia salvifica dell'uomo solo al comando, è soprattutto l'immagine solida della squadra che il confronto televisivo voluto dal centrosinistra ha riaffermato e diffuso.
Il confronto dei cinque candidati seguito da 9,3 milioni di spettatori ha ribadito pacatamente, ma inequivocabilmente che la politica, il Partito Democratico, il centro sinistra, non sono un'avventura individuale, ma una impresa collettiva alla quale si partecipa in modo serio.

sabato 10 novembre 2012

Informazione on line in Italia: dei delitti e delle pene


“L’informazione online: problemi e opportunità” è il titolo del convegno che si terrà giovedì 15 novembre (ore 9.45) al Circolo della Stampa di Milano. Il grande sviluppo del giornalismo digitale sarà al centro dell'incontro che cercherà di analizzare il fenomeno della grande crescita dell’informazione sul web.
L’appuntamento, promosso dall’Associazione Lombarda dei Giornalisti, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, sarà occasione per discutere del nuovo scenario della professione alla luce dell’utilizzo sempre maggiore del web e dei social network anche in ambito giornalistico. Come valorizzare e qualificare professionalmente chi sul web fa vera informazione? Servono strumenti contrattuali più definiti e normative deontologiche più precise per i nuovi “giornalisti informatici”? L’informazione sul web deve avere requisiti e caratteristiche distinte da quella televisiva, radiofonica e cartacea?
Ne parleranno: Francesco Cajani, magistrato “pool reati informatici” della Procura della Repubblica di Milano; Carlo Melzi d’Eril , avvocato e autore del libro “Le regole dei giornalisti: istruzioni per un mestiere pericoloso”;  Giovanni Toti, direttore Tg4 e Studio Aperto Mediaset; Alma Grandin, caposervizio Tg1Online e autrice del libro www.viracconto.ilTg1.it; Angelo Maria Perrino, direttore Affaritaliani.it;  Davide Gorni, responsabile Online Milano Corriere della Sera;  Marco Giovannelli, direttore Varese News; Matteo Speziali, direttore MBNews e Giuseppe Rea, direttore del Centro Studi LSDI.
Personalmente sono perplesso dall'approccio al tema scelto da associazione, sindacato e Ordine, che privilegia gli aspetti giuridici del nuovo giornalismo digitale letto dal punto di vista dei delitti e delle pene che caratterizzano per i promotori una professione definita "un mestiere pericoloso". Al posti di parlare del nuovo modello, di impresa, di business, di sviluppo professionale dell'informazione on line e della sua sostenibilità economica e sociale, si parla di norme, leggi, reati. Una dimostrazione ulteriore che l'irrompere della tecnologia del web non è sufficiente a cambiare il carattere "di potere" di una stampa nata come emanazione delle piccole corti italiane nel '700, lontana anni luce da quello "di mercato" tipico della stampa anglosassone figlia della democrazia.

sabato 3 novembre 2012

Telereporter, fine delle trasmissioni


Fine delle trasmissioni per Telereporter, storica emittente lombarda nata a Rho nel 1977 per la quale il sipario calerà lunedì, 5 novembre. Quel giorno la Tv che fa parte del circuito nazionale Odeon, sparirà dal video e dal telecomando mettendo sul lastrico 56 dipendenti, tra giornalisti e tecnici. 
Il triste finale che rischia di riproporsi nei prossimi mesi anche per altre tv locali lombarde è causato dalla crisi del mercato pubblicitario, dal crollo dei contributi pubblici e dagli investimenti tecnologici necessari per il passaggio dall'analogico al digitale terrestre (in media 1,5 milioni di euro). A ciò si aggiunge il nuovo bando per le frequenze, che penalizza le micro tv e concede incentivi per la rottamazione dei ripetitori.
La notizia mi riempie di malinconia perché nei primi anni 90 ho lavorato a lungo proprio con Telereporter in qualità di editore televisivo e ideatore di programmi di informazione, alcuni dei quali sono stati anche da me condotti. In particolare ricordo con nostalgia il settimanale televisivo "Pianeta Verde" che ho ideato, prodotto e condotto in due cicli di 12 puntate l'uno, nel 2005 e nel 2006.
Il programma era un magazine di attualità ambientale di 30 minuti che andava in onda settimanalmente in seconda serata con replica il mattino dopo. Era organizzato come un piccolo talk show in studio con interviste agli ospiti inframmezzate da servizi filmati su eventi di cronaca: lo scandalo della discarica di Cerro Maggiore, il trasporto dei cavalli da macello, l'esplosione di un pozzo petrolifero nel parco del Ticino, l'uccellagione con le trappole e altri temi del genere.
Questa esperienza mi ha insegnato che la televisione locale era una valida alternativa, meno costosa, più facile da realizzare e molto più efficace in termini di contatti e audience della carta stampata. Io realizzavo una puntata che comprendeva circa 6 servizi filmati con un budget molto basso perché cedevo all'emittente il programma in barter consentedo cioè ad essa di vendere in esclusiva gli spazi pubblicitari inseriti nella puntata mentre i miei ricavi erano frutto delle sponsorizzazioni. Insomma la facilità di acceso a questo mezzo era tale che ne faceva un media molto democratico, alla portata di tutti quelli che avendo qualcosa da dire volevano utilizzarlo per diffondere le proprie informazioni e opinioni. Oggi quella democrazia televisiva, tipica degli anni 80-90 è finita per sempre e la libertà d'antenna si è trasferita sul web.

domenica 28 ottobre 2012

Giornali: edizioni on line a pagamento nel 2013


La crisi del modello di business basato sulla pubblicità e non sui lettori mette gli editori dei giornali  di fronte alla necessità di recuperare margini facendo pagare l'accesso alle edizioni on line di quotidiani e periodici. Propongo agli interessati la lettura di questa analisi della situazione in Italia e nel mondo tratta da  www.economiaweb.it

Da gennaio 2013 Corriere della Sera e La Repubblica faranno pagare l’informazione on line. E potrebbero essere seguiti presto dal Sole24Ore e da La Stampa. Il prezzo è ancora in via di definizione, così come la quantità di articoli al mese che sarà fruibile in forma gratuita. Il modello è quello dei giornali online in abbonamento con modalità di pagamento differenti insieme con una parte che resta, comunque, gratis.
A guidare questa tendenza è il calo della pubblicità che riduce i ricavi dei giornali e restituisce ai lettori il ruolo di target principale di mercato. Gli editori americani sono stati i primi a buttarsi nel business del pagamento delle notizia online, seguiti in Europa da inglesi e tedeschi con in testa il gruppo Axel Springer, l’editore di Die Welt e Bild. Il crollo della pubblicità è stato negli ultimi anni rovinoso: solo negli Stati Uniti si sono persi 35 miliardi di investimenti su carta dal 2008 al 2011, secondo dati di Newspaper Association of America (Naa). In Italia l’andamento pubblicitario è simile: il mercato degli annunci sui giornali è in calo del 10% in media dal 2008, mentre sul web la pubblicità sale nello stesso periodo del 14% (dati Nielsen).
Ma recuperare margini facendo pagare quello che finora è stato gratis non è facile. Negli Usa i casi di successo si contano sulle dita di una mano e i guadagni non coprono ancora i mancati ricavi da pubblicità cartacea. A fine 2011 i giornali che hanno avuto il risultato migliore sono stati Wall Street Journal, a pagamento dal 1996, che nella versione completa (online più digitale derivato dalla carta) costa 5,27 euro a settimana e ha più di 500 mila abbonati e il New York Times, online da marzo 2011, con 380 mila paganti sul web contro le 800 mila copie vendute in edicola. L’abbonamento completo costa 35 dollari al mese e dà l’acceso gratuito anche alla versione digitale del giornale stampato su carta.

martedì 23 ottobre 2012

Corriere.it, da oggi i lettori verificano le notizie


Da oggi Corriere.it inserisce sul suo sito il "verifica fatti", un sistema che consente ai lettori di inviare alla redazione precisazioni e segnalare errori o incongruenze presenti negli articoli del giornale, oltre che aggiungere notizie e informazioni che arricchiscono quanto è stato pubblicato.
Accuratezza, indipendenza, imparzialità, legalità, sono i quattro principi che sintetizzano l'etica del giornalismo e che rappresentano le linee guida alla base di www.factchecking.it , la piattaforma social promossa dalla Fondazione ahref che consente ai cittadini-lettori di svolgere un'azione di verifica dei fatti pubblicati sui media online e tradizionali mediante controlli incrociati di documenti e fonti non citate.
Il modello che guida l'iniziativa del Corriere, primo quotidiano in Europa ad accettare questa sfida, è quello collaborativo che sulla rete è attuato ad esempio da Wikipedia. Un modello che applicato al giornalismo trasforma i lettori in protagonisti dell'informazione.
Ogni giorno verranno suggeriti alcuni articoli di Corriere.it, contraddistinti da un logo, sui quali sarà possibile effettuare il fact checking, ma in futuro la verifica verrà estesa a tutte le notizie. Oltre ad una policy molto stringente, a dare credibilità all'operazione è un sistema di rating: ogni utente registrato (bastano anche l'account di Twitter o Facebook) acquisisce punteggi-reputazione sulla base di quanto è attivo e di quanto la community lo considera affidabile. Il fact checking può dare un grande contributo alla qualità dell'informazione, perché un articolo può essere poi ripreso ed integrato grazie ai suggerimenti dei lettori.

mercoledì 10 ottobre 2012

Il futuro del giornalismo tra carta e rete

Il futuro del giornalismo “Ping pong tra carta e rete”, è il titolo del convegno in programma
giovedì 11 ottobre , ore 9.30, alla Università Statale di Milano promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia.
“Cambiano i mezzi, non le regole del buon giornalismo”, afferma su Tabloid (N. 4, 2012) Letizia Gonzales, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, annunciando la IV Edizione del convegno sul futuro del giornalismo. “E' esattamente quello che accade alle notizie, che oggi rimbalzano da un media all'altro in un continuo ping pong dell'informazione... E i giornalisti? Sono ancora loro il punto di partenza delle notizie o rischiano di doverle inseguire in questo frenetico universo della comunicazione tecnologica?”.
Anche in Italia crescono gli “internauti” (+25% rispetto al 2009, secondo Astra) ma “l'espansione dei nuovi media non sembra minacciare le fonti tradizionali, piuttosto moltiplicare le possibilità di accesso alle news, ponendo nuovi problemi a chi produce e confeziona le notizie, ossia editori e giornalisti. Insomma – riassume il Presidente dei giornalisti milanesi – un'opportunità ma anche una sfida per la nostra professione in un universo in cui tutti, con un semplice smartphone possono improvvisarsi reporter”.
Nel corso del convegno verranno presentati i risultati di una ricerca commissionata dall'Ordine della Lombardia al sociologo Enrico Finzi, con analisi e commenti da parte di giornalisti affermati quali Mario Giordano (TgCom), Barbara Stefanelli (Corriere della Sera), Claudio Giua (Gruppo L'Espresso – Repubblica), Danda Santini (Elle), Eric Sylvers (corrispondente da Milano del Financial Times), e rappresentanti degli editori quali Giulio Anselmi (Fieg).
Rispetto al 2009 (anno della precedente rilevazione), in Italia ci sarebbero 4 milioni di “internauti” in più, per un totale complessivo a oggi di 20,3 milioni di persone. 

martedì 9 ottobre 2012

Equo compenso: il giornalismo precario non è libero


Oggi in Italia, a fronte di circa 20.000 giornalisti dipendenti, 24.000 sono i lavoratori autonomi, e la stragrande maggioranza di questi è ultraprecarizzata e senza alcuna tutela. E di questi, nelle attuali condizioni di “libertà di mercato” senza regole, il 75% si trova a guadagnare meno di 10.000 euro lordi l’anno, e il 62% meno di 5.000.
La raccolta adesioni sull'appello per l'approvazione della legge sull'equo compenso dei giornalisti freelance sta per concludersi. Oggi, martedì 9 ottobre, infatti, le firme verranno consegnate al Parlamento dove, in Commissione Lavoro del Senato, è all'esame la proposta di legge già approvata all'unanimità alla Camera. Sono quasi 2000 le firme raccolte in pochi giorni sotto l'appello promosso dalla Commissione nazionale Lavoro autonomo della Fnsi (il sindacato dei giornalisti italiani) e fatto poi proprio, supportato e rilanciato on line dall'Associazione Articolo 21. Le adesioni non sono solo di giornalisti, ma anche di personalità della cultura e dello spettacolo, delle istituzioni e della politica, di realtà sindacali, sociali e di lavoratori di altre categorie (insegnanti, impiegati, professionisti...), trasversalmente alle appartenenze.
Una battaglia tesa a fare cessare l’indegno e incontrollato sfruttamento a cui è oggi sottoposta la maggior parte dei giornalisti lavoratori autonomi. 5-10-20 euro lordi ad articolo, senza rimborsi spese e tutele di welfare, contratti spesso inesistenti, retribuzioni modificate unilateralmente al ribasso dai datori di lavoro, ritardi di mesi nei pagamenti, articoli commissionati e non pagati: sono queste le condizioni di lavoro tipiche della maggior parte dei freelance italiani. E non solo quando collaborano con piccoli giornali e radio locali ma, ormai sempre più spesso, anche nei rapporti con testate nazionali. Se la metà dei giornalisti italiani vive di precariato ciò significa che la libertà di stampa in Italia è dimezzata.  

lunedì 24 settembre 2012

Freepress, resiste in Svizzera, crolla in Italia

Segnalo agli interessati  dal sito lsdi.it questo articolo sulla tendenza al declino della free press in Europa
Mentre in Svizzera il quotidiano più letto rimane il gratuito 20 Minuten (Tamedia) (1,4 milioni di lettori al giorno, secondo una ricerca della Wemf), in Spagna e in Italia le cose vanno sempre peggio per la free press.
Come segnala Piet Bakker su Newspaperinnovation, in Spagna  la crisi ha imposto la chiusura di tre testate e l’ ultimo quotidiano che sopravvive, 20 Minutos, ha dovuto ridurre del 17,3% la sua diffusione durante il mese di luglio. Il giornale ha stampato infatti solo 458.000 copie.
Declino dei gratuiti? Cinque anni fa, nel momento di massimo splendore, in Spagna 20 Minutos, stampava più di un milione di copie,mantenendosi per molto tempo in testa alla classifica dei quotidiani più letti con quasi 2,8 milioni di lettori.  La crisi del 2008 e il crollo della pubblicità (meno 30% di investimenti all’ anno) hanno costretto molte testate a chiudere. Metro Directo (Metro Internacional) nel 2009, ADN (Planeta) nel dicembre scorso e  Qué! (Vocento) nel giugno di quest’ anno.
Aria di forte crisi anche in Italia: Leggo, rileva Bakker, ha tagliato la sua diffusion e I lettori sono scesi da 2 milioni del 2011 e 1,4 milioni (meno 30%). Ora è Metro la testata con il maggior numero di lettori: 1,5 milioni, meno 9%). Il terzo gratuito è ora Dnews dopo che City ha chiuso agli inizi di quest’ anno, dopo che i lettori erano scesi a 20.000.

Il web è uno strumento non la politica

"E' in crisi lo spontaneismo senza capi e basato sul web" questo in estrema sintesi il giudizio lapidario de "La Lettura" settimanale letterario del Corriere della Sera contenuto nella recensione di Fabio Chiusi al nuovo libro del sociologo Manuel Castells che racconta nascita, sviluppo e caratteristiche dei movimenti sociali nell’era di Internet (Networks of Outrage and Hope, «Reti d’indignazione e speranza», appena uscito negli Stati Uniti presso l’editore Polity). 
L'autore secondo il critico non terrebbe conto della realtà della Rete così come noi la conosciamo, ma solo di quella da lui un po' idealizzata. Descrivendo il modo in cui piazze reali e virtuali si sono intrecciate dalla «primavera araba» agli Indignados e Occupy Wall Street, egli considera i social network "uno spazio di autonomia largamente al di là del controllo di governi e aziende", il web "sicuro", "protetto", "libero", dove "l’orizzontalità è la norma". E, soprattutto, una "piattaforma privilegiata per la costruzione sociale di autonomia".
Il tutto senza menzionare l'uso fatto dai governi dei social media per reprimere con più efficacia il dissenso dopo averlo identificato in rete, come è avvenuto in Tunisia, ma anche in Spagna e Usa e senza tenere conto dei fatti che dimostrano come in realtà internet non sia stato "centrale" per la nascita e lo sviluppo di movimenti di opposizione in Paesi come Libia, Yemen e Siria dove la penetrazione del web è poco consistente.
Insomma sul web e sul suo ruolo decisivo nel cambiamento sociale si fa ancora troppa ideologia. La nuova "democrazia connessa" è e resta un'utopia. Prova ne sia che il clima a un anno di distanza da quelli avvenimenti, dalle piazze arabe a Zuccotti Park, è molto cambiato.

mercoledì 5 settembre 2012

RCS +200% in due settimane. Chi sta scalando il Corriere?


Un rastrellamento con la complicità dell'organo di controllo della borsa. Ricucci era nessuno al confronto. Il titolo del più grande gruppo editoriale (debiti in bilancio per 1 miliardo e perdite superiori a 1/3 del capitale) ha un flottante di appena 11%: dovrebbe essere sospeso. Impunità per chi scala il Corriere della Sera. Obiettivo: poter manipolare la battaglia politica elettorale di primavera. 
Così uno dei più noti siti italiani di informazione finanziaria ha dato ieri la notizia della scalata al quotidiano di Via Solferino e ha denunciato il tentativo di condizionare la politica italiana giunta a una svolta cruciale della sua storia recente. Ecco l'articolo di Luca Ciarrocca su wallstreetitalia del 4/9/2012.

Partiamo dai dati di fatto: il titolo RCS Media Group, l'azienda quotata a Piazza Affari a cui fa capo il Corriere della Sera, è target di un rastrellamento forsennato e improvviso. Sotto l'occhio spento e poco vigile della Consob, il 3 agosto 2012 RCS prezzava €0,4550, il 24 agosto (inizio della forte risalita) €0,5570, ieri 3 settembre ha chiuso a €1,70. La variazione è da capogiro, il valore in borsa del gruppo editoriale è triplicato in meno di due settimane, con un rialzo pari a +205,21%.
Ebbene, diciamolo, si tratta di un rastrellamento scandaloso, con la complicità indiretta dell'organo di controllo della borsa, che non batte ciglio e anzi pare avallare con la sua inazione il fatto che un titolo quotato possa più che triplicare di valore in pochi giorni, mentre la stessa Consob solleva obiezioni se Camfin (è successo ieri) sale del +7%.
L'odontotecnico divenuto immobiliarista Stefano Ricucci era nessuno al confronto, quando tentò la scalata a Rizzoli/Corriere della Sera nel 2005 (anche se all'epoca non c'erano i problemi dello spread, la recessione in Europa, la crisi globale, per cui il titolo strappò a 7 euro). La cosa più grottesca è il silenzio assoluto del resto dei media italiani: nessuno vuole andare a toccare il caposaldo dei "poteri forti" e del loro quotidiano, il Corriere della Sera. Per cui nessuno ne parla. A parte gli amici di Dagospia.
Centrale all'intera questione è comunque il fatto che RCS Media Group abbia un flottante (cioè la parte di azioni disponibile per le contrattazioni libere sul mercato) di appena l'11%, mentre la legge e i regolamenti chiaramente indicano una quota minima di flottante per le aziende quotate pari al 25%.
Per quel che sta accadendo, il titolo RCS dovrebbe essere sospeso ad infinitum, qui e ora, oppure bisognerebbe iniziare la procedura per ritirare l'azione dal mercato azionario e "riprivatizzare" la società: così è una farsa, il solito giocattolo in mano alle caste, per esclusivi fini di potere. Quel che è peggio, il governo di Mario Monti e il presidente della Consob Giuseppe Vegas stanno garantendo l'impunità a chi scala il Corriere della Sera. L'obiettivo è noto anche ai più sprovveduti: poter arrivare a manipolare la cruciale battaglia politica elettorale di primavera, quando andremo a votare, controllando il quotidiano "numero 1" in Italia per vendite (anche se si tratta di poco più di 400.000 copie al giorno).
In un articolo pubblicato a giugno 2012 Wall Street Italia ha evidenziato che sono soltanto sei (6) i quotidiani che superano il tetto delle 100.000 copie effettivamente vendute ogni giorno al netto delle rese, una classifica che ci pone al livello di un paese del quarto mondo. "Poteri forti" quindi, ma mica tanto.