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martedì 9 ottobre 2012

Equo compenso: il giornalismo precario non è libero


Oggi in Italia, a fronte di circa 20.000 giornalisti dipendenti, 24.000 sono i lavoratori autonomi, e la stragrande maggioranza di questi è ultraprecarizzata e senza alcuna tutela. E di questi, nelle attuali condizioni di “libertà di mercato” senza regole, il 75% si trova a guadagnare meno di 10.000 euro lordi l’anno, e il 62% meno di 5.000.
La raccolta adesioni sull'appello per l'approvazione della legge sull'equo compenso dei giornalisti freelance sta per concludersi. Oggi, martedì 9 ottobre, infatti, le firme verranno consegnate al Parlamento dove, in Commissione Lavoro del Senato, è all'esame la proposta di legge già approvata all'unanimità alla Camera. Sono quasi 2000 le firme raccolte in pochi giorni sotto l'appello promosso dalla Commissione nazionale Lavoro autonomo della Fnsi (il sindacato dei giornalisti italiani) e fatto poi proprio, supportato e rilanciato on line dall'Associazione Articolo 21. Le adesioni non sono solo di giornalisti, ma anche di personalità della cultura e dello spettacolo, delle istituzioni e della politica, di realtà sindacali, sociali e di lavoratori di altre categorie (insegnanti, impiegati, professionisti...), trasversalmente alle appartenenze.
Una battaglia tesa a fare cessare l’indegno e incontrollato sfruttamento a cui è oggi sottoposta la maggior parte dei giornalisti lavoratori autonomi. 5-10-20 euro lordi ad articolo, senza rimborsi spese e tutele di welfare, contratti spesso inesistenti, retribuzioni modificate unilateralmente al ribasso dai datori di lavoro, ritardi di mesi nei pagamenti, articoli commissionati e non pagati: sono queste le condizioni di lavoro tipiche della maggior parte dei freelance italiani. E non solo quando collaborano con piccoli giornali e radio locali ma, ormai sempre più spesso, anche nei rapporti con testate nazionali. Se la metà dei giornalisti italiani vive di precariato ciò significa che la libertà di stampa in Italia è dimezzata.