Ma in un movimento in cui uno vale
uno, perché uno fa un post per sconfessare qualcuno ma quel
post se lo fa co-firmare da un altro? Se uno vale uno, perché in
certi casi – e non in altri – quell'uno si premura di presentarsi
accompagnato da un altro uno, che anche lui dovrebbe valere uno? La
verità sul Movimento Cinque Stelle è tutta in quella doppia firma.
(post di Marco Bracconi sul blog Politica Pop di Repubblica)
In questi due post relativi all'ultima
convulsione che segnala la sempre più problematica vita interna del
movimento grillino, l'ordine del giorno contro la Bossi-Fini
(proposto da due senatori del M5S e sconfessato duramente dai due
fondatori del non-partito), sono messi alla luce del sole tutti gli elementi
della contraddizione insanabile che mina alla base la credibilità
dell'azione politica del movimento basata sulla parola d'ordine
fondativa "uno vale uno".
Uno slogan che suona falso perché è
falso, come questa storia dimostra ampiamente. Se uno vale uno, cioè
se il parere di Grillo vale quello di qualunque "cittadino"
o "portavoce", eletto e non, iscritto o elettore, perché
le sue parole sono pronunciate e ascoltate come fossero legge divina
mentre quelle degli altri milioni di anonimi non contano niente o
contano infinitamente meno?
La risposta è ovvia: perché Grillo è proprietario del partito (nome e brand sono suoi) e Casaleggio è titolare e amministratore del sistema digitale che ne costituisce l'organizzazione.
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