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giovedì 7 novembre 2013

Riflessione su Patto di Stabilità e ruolo dei Comuni

Ricevo dal Capogruppo del Partito Democratico, Marco Coloretti questa riflessione sul Patto di Stabilità. limiti all'autonomia dei Comuni, e proposte di superamento.

La scorsa settimana, per iniziativa dell’amministrazione comunale padernese, si è tenuta un’assemblea pubblica sulle problematiche negative che comporta il rispetto del patto di stabilità da parte degli enti locali. Alla presenza di tre sindaci – Paderno, Cusano e Cinisello, esponenti di partiti diversi a capo di maggioranze di segno politico opposto – si è ragionato sulla comune difficoltà a mantenere i programmi per i quali si è stati eletti dai cittadini dentro la morsa determinata dal rispetto di un patto che non solo limita l’autonomia di spesa degli enti, ma li obbliga ad un risparmio forzoso, vissuto oggi da tutti come un aggravio rispetto ad una situazione finanziaria sempre più precaria.
Se la protesta non solo è legittima, ma anche condivisibile da chi come noi siede all’opposizione dell’attuale giunta padernese, quello che andrebbe invece approfondito è l’eventuale proposta per arrivare ad un superamento dell’attuale patto, senza pregiudicarne l’obiettivo di contenimento della spesa – in sostanza per arginarne gli sprechi – per cui era nato.
Vorrei portare in questa sede alcuni spunti di riflessione che mi sembrano indispensabili per concorrere a determinare qualche cambiamento in merito.
1 – COSTRUIRE UNA POSIZIONE ISTITUZIONALE COMUNE DENTRO L’AREA METROPOLITANA MILANESE, A PARTIRE DAL NORD MILANO.
Pensare di uscire dalla morsa in beata solitudine – o violando il patto o cercando sponde istituzionali che possano assolvere alle eventuali debolezze finanziarie di un ente – è un percorso rischioso, inutile e non virtuoso, da evitare. Ma costruire insieme una proposta territoriale che possa assumere un carattere sempre più largo (dall’area metropolitana milanese fino al coinvolgimento della Regione) i cui parametri possano dare più ossigeno ai Comuni soprattutto per quanto riguarda la propria spesa di investimento, potrebbe essere una soluzione innovativa rispetto alla situazione attuale.
Il punto sta proprio nel rilanciare l’obiettivo di fondo del patto: risparmiare sulla spesa riducendo gli sprechi (e per questo contenere la spesa corrente), ma non prevaricare la spesa d’investimento, mettendo in moto quel volano pubblico che serve anche alla crescita economica del Paese. Se anche questo significasse meno rigore per i Comuni sul piano finanziario (ma con precisi impegni programmatori da cui non derogare), ricordiamo che in questi anni proprio i Comuni hanno totalizzato il miglior risultato complessivo di risparmio, mentre lo stesso parametro di virtuosità non ha riguardato né Province né Regioni né il corpo centrale dello Stato. C’è da riprendere il filo di un ragionamento intorno ad un federalismo fiscale nel segno dell’unità territoriale e della solidarietà nazionale che si è perduto per colpa di chi lo aveva trasformato in una bandiera di pura propaganda ideologica (vedi anche il retro del volantino che presentava la serata : una serie di cifre a dimostrare virtù nordiste e vizi meridionali, peccato non ci fossero segnati i milioni di aiuti statali a Roma e Catania negli anni in cui la destra governava entrambe le città e l’intero Paese – a proposito di sprechi e favori, coi leghisti al governo, tanto per fare un esempio).

2 – COINVOLGERE I CITTADINI PER UN PATTO CHE RAPPRESENTI ANCHE UN RILANCIO DELLA POLITICA E DELLA RAPPRESENTANZA ISTITUZIONALE.

Pensare ad una discussione tutta tecnicista (sulla formulazione del patto, se per tetti di spesa o per obiettivi di risparmio) o tutta delegata ai livelli istituzionali (dai sindaci ai governatori ai parlamentari) rischia di diventare controproducente perché tiene lontani i cittadini da una precisa presa di coscienza del problema, incentivandone l’ostilità laddove le stesse istituzioni ne denunciano il limite.