Enrico Berlinguer è stato il segretario più amato del Partito Comunista Italiano. Su di lui è stato costruito dal popolo di sinistra degli anni 70/80 un moderno culto della personalità.
Non basato sull'ammirazione reverenziale che i militanti usciti dall'esperienza tragica della lotta clandestina al fascismo, della Resistenza partigiana e della guerra fredda ebbero per Togliatti,non a caso detto "il migliore", ma un culto basato sull'affetto spontaneo e sincero provato da milioni di iscritti e simpatizzanti per un figlio prediletto del partito.
Sardo, di famiglia nobile catalana, con un padre parlamentare socialista che lo presentò giovanissimo a Togliatti il quale nel 1949 lo volle segretario della Federazione Giovanile Comunista e ne seguì da vicino la formazione politica. Divenuto parlamentare nel '68 e poi segretario del PCI nel 1972, la sua gestione del partito fu caratterizzata da grandi svolte, l'eurocomunismo, il compromesso storico, la questione morale, che portarono il PCI vicino al sorpasso sulla Dc.
Nemmeno il declino della sua politica che dalla fine degli anni 70 fece perdere consensi e centralità al partito (non era riuscito a intercettare e prevedere l'impatto delle nuove spinte sociali, i movimenti femministi, omosessuali, diritti civili, rivolta dei nuovi ceti medi, ristrutturazione tecnologica e industriale, ecc) scalfì il mito di Berlinguer all'interno del PCI che raggiunse il massimo dopo la sua morte avvenuta dopo un malore durante un comizio a Padova nell'84. Il plebiscito per lui, candidato alle elezioni europee che si tennero pochi giorni dopo il funerale, fa la sua apoteosi.
Molti ancora ricordano la canzone che gli dedicò Antonello Venditti nel 1991, "Dolce Enrico" e il film di Bertolucci, "Berlinguer ti voglio bene", interpretato da Roberto Benigni nel 1977. Da non mancare dunque il film di Walter Veltroni, "Quando c'era Berlinguer" in programma a Metropolis 2.0 da venerdì 4 aprile. Il suo valore sta nella passione di chi l’ha ideato e realizzato e nel racconto partecipe di chi ha conosciuto e lavorato con Berlinguer, di chi gli è stato vicino o lo ha apprezzato come leader politico. Le testimonianze raccolte nel film, a partire da quella del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e il grande lavoro di ricerca e documentazione portano alla luce lo spessore politico e umano del'uomo politico, in un periodo storico difficile e travagliato per il nostro Paese, stretto tra la rivolta di Bologna '77 e la marcia dei 40mila a Torino nel 1980.
Non è una biografia completa, ma il racconto del modo in cui la sua opera è stata vissuta da un ragazzo di allora, il giovane Veltroni. È il racconto della solitudine del leader e dei suoi successi (e delle sconfitte), in una chiave narrativa che ha cercato di saldare i ricordi personali dell’autore con i ricordi dei protagonisti del tempo.
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martedì 1 aprile 2014
Berlinguer, il leader più amato
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martedì 21 gennaio 2014
PD, nasce il partito del sindaco bulletto
"Mi dimetto perché sono
colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al
suo interno che non può piegare verso l'omologazione, di linguaggio
e pensiero". Così Gianni Cuperlo, in una lettera a Matteo
Renzi per motivare le sue dimissioni dalla presidenza del PD
Era inevitabile ed è avvenuta questa scissione calda tra i nuovi fanfaniani evoluti, energici e sbrigativi e gli ex berlingueriani eruditi e dolenti, rimasti immobili al palo dopo la fine della storia, cioè dopo la caduta del muro di Berlino e l'inizio della gobalizzazione.
Che angoscia per me, che sono stato iscritto per cinque anni a questo partito vederlo oggi lacerato e sull'orlo di una drammatica scissione provocata, anzi aizzata, dai diktat volgari del segretario bulletto che risponde alla critiche di merito con l'insulto personale perché ormai non ha più tempo da perdere con il dissenso interno, meglio liberarsene il più beceramente e il più velocemente possibile.
Cuperlo nella sua lettera di dimissioni scrive che si dimette perché "vuole bene al PD". Mi chiedo a quale PD vuol bene dal momento che il PD renziano non è più né un partito né democratico perché è guidato da uno che irride chi si esprime contro le sue scelte avvertendolo di stare votando contro i 3 milioni di elettori delle primarie che, lui ne è convinto, gli hanno dato un mandato in bianco a fare tutto.
Proprio come il suo cattivo maestro Berlusconi con il quale non a caso si trova tanto in sintonia. Sicuramente più che con Cuperlo.
Era inevitabile ed è avvenuta questa scissione calda tra i nuovi fanfaniani evoluti, energici e sbrigativi e gli ex berlingueriani eruditi e dolenti, rimasti immobili al palo dopo la fine della storia, cioè dopo la caduta del muro di Berlino e l'inizio della gobalizzazione.
Che angoscia per me, che sono stato iscritto per cinque anni a questo partito vederlo oggi lacerato e sull'orlo di una drammatica scissione provocata, anzi aizzata, dai diktat volgari del segretario bulletto che risponde alla critiche di merito con l'insulto personale perché ormai non ha più tempo da perdere con il dissenso interno, meglio liberarsene il più beceramente e il più velocemente possibile.
Cuperlo nella sua lettera di dimissioni scrive che si dimette perché "vuole bene al PD". Mi chiedo a quale PD vuol bene dal momento che il PD renziano non è più né un partito né democratico perché è guidato da uno che irride chi si esprime contro le sue scelte avvertendolo di stare votando contro i 3 milioni di elettori delle primarie che, lui ne è convinto, gli hanno dato un mandato in bianco a fare tutto.
Proprio come il suo cattivo maestro Berlusconi con il quale non a caso si trova tanto in sintonia. Sicuramente più che con Cuperlo.
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