Mario Dupuis, educatore e fondatore del
gruppo padovano Edimar, che opera per l'accoglienza e il recupero di
minorenni in difficoltà, ha scxritto oggi su il Sussidiario.net una
riflessione che mi stimola e che vi invito ad andare a leggere.
Egli
afferma che la domanda apre uno spiraglio di verità solo quando diventa
"che cambiamento chiede a me e di me questa sconfitta?",
perché non si da educazione e accoglienza se chi educa non è
cosciente del fatto che in quanto adulto, genitore e insegnante, egli
è sempre educabile ed impegnato nel proprio cambiamento.
Non per
diventare più buono, capace e professionale, ma per addentrarsi
ancora di più nel mistero dell'altro che si vuole educare e
considerare come un figlio e per entrare di più dentro il mistero di
sé stessi.
La morte "innocente" di
Habtamu, ci dice Dupuis, non sarà stato un fallimento se chi lo aveva
accolto e si era impegnato nella sua educazione, diverrà consapevole
del fatto che tutto il bene che gli ha voluto, tutto quello che ha
fatto per lui, non potevano bastare a riempire la sua vita, non
potevano colmare il suo dolore e sopire la nostalgia per quello che
aveva perduto.