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lunedì 10 febbraio 2014
venerdì 18 ottobre 2013
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mercoledì 9 ottobre 2013
domenica 22 settembre 2013
Visti dagli altri: Berlusconi e la natura subalterna degli italiani
Il settimanale "Internazionale", periodico che pubblica in prevalenza articoli tradotti dalla stampa straniera e che da tempo prediligo leggere, contiene una interessante rubrica dal tiolo "Visti dagli altri", cioè articoli sull'Italia che ci consentono di sapere come davvero veniamo considerati a livello internazionale.E' una lettura quasi sempre sconfortante perché ci butta in faccia l'immagine che il resto del mondo si è fatta di noi e non è una scoperta piacevole. Nel numero in edicola dal 6 al 12 settembre viene riportato ad esempio un articolo pubblicato da The New York Review of Book, quindicinale letterario newyorkese, dal titolo "Ostaggi di Berlusconi".
L'articolo scritto da Tim Parks, parlando della nostra fragile democrazia sottoposta al ricatto berlusconiano (se cado io cade il governo e il Paese crolla) chiarisce che ormai l'Italia si deve decidere: è un Paese moderno in cui prevale lo stato di diritto o "è il feudo di un fuorilegge istituzionalizzato?". E dopo aver brevemente ripercorso i trascorsi criminali dell'uomo di Arcore che da vent'anni rappresenta la palla al piede che frena lo sviluppo democratico, economico e sociale del Paese, aggiunge: "Se il presidente Nixon si fosse opposto all'impeachment dopo il Watergate e avesse solo provato a tenersi stretto il potere sarebbe stato rimosso su due piedi. Lo stesso vale per qualsiasi leader delle maggiori democrazie europee".
Per l'articolista l'aspetto più inquietante della situazione italiana non è tanto la sfrontatezza del leader della destra, ma il fatto che egli continui ad avere il controllo assoluto sul suo partito e goda di un consenso ancora così vasto. Parks si chiede come è possibile che anche i giornali più seri e autorevoli (Corriere della Sera in testa) e commentatori rispettabili si dimostrino così restii a insistere sull'applicazione della legge, sorvolando sui suoi numerosi reati e anzi dando credito all'opinione che far uscire dal Senato Berlusconi equivarrebbe a privare milioni di elettori dei loro diritti civili.
La spiegazione è la seguente: vent'anni di manipolazione dell'opinione pubblica realizzata attraverso il controllo quasi totale dei media, i suoi e quelli che dominava come governante, hanno affermato l'idea che gli avversari che cercano di attaccarlo sono ossessionati da lui e incapaci di sconfiggerlo politicamente vorrebbero sconfiggerlo per via giudiziaria, come se lui non fosse un fuorilegge colpevole di numerosi reati. Ma tutto ciò, si sostiene nell'articolo, non sarebbe sufficiente per permettergli "di tenere una nazione alla propria mercé così a lungo, se non ci fosse qualcosa nella cultura italiana che predispone le persone a farsi affascinare, persuadere e soprattutto intimidire, che le porta a credere nelle sue promesse o ad accettare la sua presenza come inevitabile, proprio come ha accettato prima di Berlusconi, una élite corrotta per così tanto tempo".
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lunedì 2 settembre 2013
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giovedì 9 maggio 2013
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venerdì 7 dicembre 2012
sabato 21 gennaio 2012
L'eroismo italiano di essere "normali"
Il nostro Paese ha bisogno di eroi? La mia risposta a questa domanda, che è circolata ampiamente sui media dopo la tragedia del Giglio è no.
Non ne abbiamo bisogno, ma necessitiamo questo sì, di persone serie, persone normali, che fanno semplicemente il loro dovere secondo le regole e rispettando le leggi, che non cercano di fare i brillanti, ma solo di fare bene il mestiere per il quale sono pagati.
Ecco, di queste persone dotate di virtù "normali" purtroppo scarseggiamo ed è per via di tale carenza visibile a tutti che siamo sempre visti dagli osservatori stranieri come un Paese inaffidabile e da operetta.
Trasformare in un "eroe" un normale ufficiale della Capitaneria di Porto che ha cercato solo di convincere un comandante irresponsabile a tornare a bordo della sua nave per salvare i passeggeri da lui messi in grave pericolo, vuol dire che le cose in Italia vanno davvero male. Vuol dire che da noi fare il proprio mestiere, cioè il proprio dovere, non è più la regola, ma l'eccezione.
A questo punto siamo arrivati, io credo, perché da 30 anni tutta la nostra cultura di massa prodotta e veicolata dalla televisione commerciale (che ha condizionato e degradato anche quella pubblica), da un'industria culturale che ormai diffonde solo libri di comici che mettono su carta le battute che recitano in TV, premia non lo scrittore, l'artista, il poeta, ma il buffone, il cialtrone, il cretino di successo, il furbo riccastro che, in film, show e altre fiction, ostenta il suo stile di vita pacchiano e vincente in una società volgare, ignorante e plebea.
Ecco perché quando siamo nei guai, quando nei momenti difficili si fanno avanti per fortuna delle persone serie che sanno fare il loro dovere e si comportano in modo civile e responsabile, ci stupiamo e li chiamiamo "eroi". Ma questo andazzo è sbagliato non è più sostenibile. Dobbiamo cambiare e cominciare a riconoscere il valore del lavoro ben fatto, indicandolo però come un esempio da seguire proprio per il suo carattere di "normalità".
Se n'è accorto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha deciso di conferire l'onorificenza di Cavaliere della Repubblica, all'anonimo imprenditore di Franciacorta che l'anno scorso staccò un assegno da 10mila euro e pagò le rette ai bambini poveri di Adro, nel bresciano, ai quali il sindaco leghista aveva negato l'accesso alla mensa scolastica.
Questa bravo cittadino, questa persona seria e per bene, ha ricevuto la comunicazione ufficiale dal Quirinale a fine 2011 e l'ha tenuta segreta ad amici e parenti, confidandola solo ai figli. E anche questo comportamento modesto, questo essere discreti nell'agire per il bene comune, è quello che dobbiamo ricominciare a considerare un comportamento "normale", non da esaltare, ma da imitare.
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