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giovedì 8 agosto 2013

Pensioni d'oro intoccabili. Uno scandalo italiano

Vi ricordate il pianto della ministra Fornero quando annunciò in diretta video il taglio delle pensioni? Io me lo ricorderò per sempre, con rabbia e indignazione. Fu una manifestazione di ipocrisia e disonestà  umana e personale che ancora mi fa rivoltare lo stomaco.
Ebbene oggi è il caso di ricordarla alla luce delle notizie di stampa che denunciano, finalmente e con forza, lo scandalo delle oltre 100mila pensioni d'oro che costano allo Stato la bellezza di 13 miliardi di euro l'anno. Tra queste ci sono pensioni, per carità tutte regolarissime, che superano i 90mila euro al mese, 3mila euro al giorno, e i primi cinque pensionati d'oro d'Italia incassano la bellezza di oltre 400mila euro al mese.
Pensare alla Fornero e ai 300mila esodati che questa signora con la sua cosiddetta riforma si era "dimenticati" è d'obbligo. Come pensare alla mia di pensione che dopo 50 anni di lavoro non supera i 1.500 euro mensili.
Il fatto che questa realtà sia ben nota da molti anni ai nostri governanti e che nessuno di essi sia mai riuscito a modificarla nel senso di una maggiore equità conferma meglio di ogni altro esempio che il nostro è un Paese profondamente ingiusto e sbagliato. Gli ultimi due governi, Berlusconi e Monti, avevano tentato di introdurre un timido contributo di solidarietà del 5% per le pensioni superiori ai 9.000 euro mensili, ma due ricorsi presentati alla Corte Costituzionale l'hanno cancellato. Il prelievo era incostituzionale perché la legge non ammette disparità di trattamento tra cittadini.
Insomma non ci sono scorciatoie: bisogna modificare la legge fissando dei tetti massimi di erogazione delle pensioni o tutto resterà com'è. Bisogna però anche rivedere la nostra Costituzione perché non è possibile che questa respinga un  contributo di solidarietà da applicare a chi dallo Stato ottiene di più e invece accolga le riforme alla Fornero che lasciano a piedi migliaia di pensionati che avevano sottoscritto con lo Stato un contratto violato dallo Stato stesso.

domenica 21 ottobre 2012

Articolo 18: le regole da sole non creano nuovo lavoro


Federazione della Sinistra, Ecocivici, Sel, IdV, sono le forze politiche che hanno presentato nei giorni scorsi in Cassazione i quesiti referendari per il ripristino dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.  Alla Ecofesta che si terrà oggi al Parco Toti di Paderno Dugnano, ci sarà un banchetto per la raccolta delle firme promosso dal Comitato referendario cittadino che si è costituito giovedì scorso presso il Circolo Arci di Palazzolo. 
Il PD come è noto non aderisce all'iniziativa referendaria perché in primo luogo contraddice il voto favorevole con il quale il Partito Democratico ha approvato la discussa riforma Fornero, ma anche perché, come ha sottolineato il segretario Bersani, "le regole da sole non bastano per creare lavoro".
Il mondo è cambiato, il lavoro è cambiato, le nostre vite sono cambiate. La campagna pur sacrosanta per contrastare la perdita dei diritti dei lavoratori non basta. Oltre il 30% dei lavoratori italiani ha un contratto “atipico” e per quanto riguarda le nuove assunzioni  8  su 10 avvengono con un contratto precario. Di fronte a questo cambiamento che è intervenuto negli ultimi 20 anni, la difesa dell’articolo 18 è una battaglia di retroguardia dato che non protegge i diritti delle generazioni precarie. Lavoratori che non devono essere licenziati perché è sufficiente non rinnovare il contratto alla sua scadenza, che non hanno accesso alla cassa integrazione, alla maternità, alla malattia, che non hanno ferie pagate e non parliamo della pensione.
Serve, al più presto, non il ripristino di una norma giusta che fa però riferimento a una realtà ormai estinta, ma una nuova misura di protezione sociale che cancelli l'apartheid in atto nel mondo del lavoro e restituisca occupazione, salario e dignità a milioni di persone. Una riforma che non sprechi le enormi risorse spese per la formazione delle giovani generazioni che in questi ultimi anni, l'esistenza dell'articolo 18 non ha difeso dal precariato.