Ieri ho passato un Ferragosto molto tradizionale e per questo molto esclusivo in un'epoca in cui l'Italia in crisi sembra dividersi tra ricchi costretti a rinunciare alla "Vita Smeralda," cantata da quel vecchio gatto spelacchiato di Jerry Calà, e disoccupati o esodati senza reddito costretti a rimanere a casa afflitti dell'anticiclone africano.
Il mio Ferragosto 2012 invece l'ho trascorso così. A mezzogiorno abbiamo preso la strada della Fontana Buona alle spalle di Chiavari e ci siamo inerpicati sugli stretti tornanti che portano al passo del Bocco, valico a 956 metri che collega il comune di Mezzanego (un castello a due torri costruito dai Fieschi) con la provincia di Parma.
Dopo avere attraversato boschi di noccioli e castagni siamo arrivati su una cresta aperta ai quattro venti dove sorge la chiesa della Madonna del Carmine. Nello spiazzo che separa la chiesa seicentesca e il piccolo cimitero erano allestiti lunghi tavoli all'ombra di tendoni tesi tra due filari contrapposti di enormi alberi di noce dove abbiamo trovato posto, io mia moglie e le mie figlie a fianco di altre famiglie di gente del posto che ci avevano invitato. Il grande pranzo al quale partecipavano circa 200 persone era stato allestito per raccoglierei fondi necessari a finanziare la costruzione di un asilo d'infanzia nel Burundi, paese natio del parroco, un gigante nero giovane e sorridente che si aggirava tra i tavoli.
L'aria fresca che saliva dai boschi e dal mare lontano ci metteva l'acquolina in bocca trasportando a tratti il profumo stuzzicante di un grande" asàu" (200 chili di pancia di vitello) che, ingabbiato nelle grate girava sulle braci di castagno amorevolmente vigilato dai cuochi. Le donne intanto cominciavano a far circolare piatti di pasta al ragu e al pesto annaffiati dai vini della valle. Le libagioni e la pasta scioglievano la lingua a tutti e a me in particolare che avevo bisogno di rimuovere per qualche ora l'immagine cruda di mio padre noventenne, malato e sofferente nel suo letto.